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Ai tempi del Duca Lodovico non esisteva lo scalone mediante il quale si può accedere dalla piazza principale al castello passando sotto il grande arco sui cui fianchi poggiano le fondamenta della torre. In luogo dello scalone eravi una così detta rampa sterrata che permetteva di far capo al cortile grande del castello anche alle cavalcature, ai carri ed alle artiglierie. Fu distrutta nel 1680 dal vescovo Caramuele, pio e dottissimo prelato: il quale ideò l’attuale scalone, continuando in quel punto l’ordine interrotto dei portici e fabbricandovi sopra un caseggiato uniforme a quelli già fatti edificare dal Moro. La piazza, mercè l’opera dell’ottimo vescovo, che architettò pure l’ingegnosa facciata del Duomo, acquistò maggiormente in bellezza; ma la sparizione della rampa doveva mettere fine ad una delle tante tradizioni del nostro castello. Alla notte del triste anniversario della battaglia di Novara, nella quale il Moro era stato fatto prigioniero dai francesi, un cavallo bianco come la neve, irrompeva furiosamente sulla piazza grande ed a galoppo sfrenato divorava l’erta della rampa che metteva nel vasto cortile del castello: ne percorreva i lati lasciando vampe di fuoco dalle nari dilatate e scompariva, dopo pochi secondi, emettendo nitriti di dolore così alti e terrificanti che agghiacciavano il cuore. Quel destriero era il favorito del Duca Lodovico il Moro, che non volle montarlo il giorno della battaglia per non esporlo a soverchi disagi; si servì invece, al dire del Bembo, di un cavallo magro, dal quale (Corio, Storia di Milano) fu ripetutamente buttato di sella. Allo scalone fatto il cavallo del Moro, vedendosi preclusa la via del Castello, che aveva sempre prescelta, fece all’impazzata alcuni giri per la piazza e battendo, a un punto, con gran impeto gli zoccoli ferrati, scomparve in un avallamento del terreno che gli si aprì, a un tratto, sotto con un rovinio assordante. Passarono gli anni ma il cavallo bianco non fu veduto più. Ai vigevanesi toccò riempire il largo vano prodotto dalla caduta di una volta della cantina di una di quelle case che il Moro aveva espropriate per fare il largo della piazza.
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La
Leggenda è stata tratta per gentile concessione |